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WWF One Health, conservare la biodiversità per tutelare la salute

Molte zoonosi, il passaggio di infezioni da animali all'uomo con il salto di specie, sono la conseguenza del nostro impatto sugli ecosistemi naturali. A rilanciare l'allarme è, oggi, il WWF Italia con un documentato report dal titolo "Pandemie, l'effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi".

«Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie». Nel 2012 il divulgatore scientifico e scrittore David Quammen faceva questa affermazione nel suo libro "Spillover" (ovvero “salto di specie"), aggiungendo la previsione che dopo le infezioni di Ebola, SARS, HIV, influenza aviaria e suina, un altro virus sconosciuto e potentissimo sarebbe derivato da un pipistrello macellato in un market di animali della Cina e avrebbe causato una grande epidemia tra gli esseri umani. Un preveggente dell'arrivo di CoViD-19? No. Semplicemente Quammen sosteneva e sostiene che i segnali che allora avevano dato gli esperti ai danni dell'ambiente sono stati ignorati, per cui è prevedibile che nuove fonti di infezione si ripresenteranno ciclicamente.

Oggi è il WWF Italia a rilanciare l'allarme con un documentato report dal titolo "Pandemie, l'effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi - Tutelare la salute umana conservando la biodiversità". Isabella Pratesi, ideatrice e coordinatrice del progetto che, con Marco Galaverni e Marco Antonelli, ha curato i testi, sotto la revisione scientifica di Gianfranco Bologna, Roberto Danovaro e dello stesso Galaverni, rilancia l'allarme: «Quando interferiamo con i diversi ecosistemi, deforestiamo, consumiamo suolo fertile e acqua potabile, catturiamo animali selvatici per venderli ai mercati, distruggiamo gli ecosistemi naturali e scateniamo nuovi virus». Le ricerche a cui si riferisce il lavoro del WWF sostengono che molte zoonosi sono conseguenza del nostro impatto sugli ecosistemi naturali. Molte delle pandemie che ci hanno colpito negli ultimi anni hanno origine nei market asiatici o africani, dove si commercializzano animali vivi come scimmie, pangolini, pipistrelli e rettili, messi artificiosamente a stretto contatto tra di loro. Questa commistione di umani e animali strappati alla natura induce il passaggio di microrganismi tra specie diverse favorendo lo sviluppo di zoonosi, cioè il passaggio di infezioni da animali all'uomo con il cosiddetto salto di specie. Il commercio in tutti i continenti di animali selvatici per usi alimentari (bushmeat) mette a rischio la salute umana, perché può essere un importante meccanismo di diffusione di zoonosi.

Il commercio illegale di specie selvatiche costituisce il quarto mercato mondiale illegale con un business che si aggira tra i 7 e i 23 miliardi di dollari l’anno. «La ragione principale che sta a monte di queste epidemie», precisa Isabella Pratesi in qualità di Direttore Conservazione dell'associazione, «va però ricercata nella continua distruzione e trasformazione degli ecosistemi naturali. L'uomo penetra nelle ultime aree incontaminate del pianeta trasformandole in aree degradate, rompendo gli equilibri naturali e favorendo la diffusione di batteri e virus». Ogni specie è portatrice di specifici patogeni, ma in un ecosistema naturale esiste una ricchezza di diversità di organismi e un microbo ha minori probabilità di trovare un ospite in cui moltiplicarsi (highly-competent host) e da cui possa diffondersi, finendo, invece, più facilmente nel vicolo cieco di una "trappola ecologica" ("dead-end hosts"), dove non potrà manifestare la propria azione dannosa. Al contrario, in condizioni di bassa biodiversità tendono a prevalere poche specie che presto incrementano il proprio numero, divenendo più esposte a contrarre e diffondere l'infezione.

Aggiunge Marco Galaverni, direttore scientifico del WWF: «C'è poi la questione per la quale, quando distruggiamo gli habitat, i frammenti di foresta rimanenti agiscono isole dove i patogeni e gli animali che li ospitano subiscono una rapida diversificazione, aumentando la probabilità che uno o più di questi microrganismi riescano ad infettare l'uomo, diffondendosi e creando epidemie». E non bisogna sottovalutare il fatto che la globalizzazione con continui spostamenti di uomini e merci favorisce la diffusione delle epidemie, visto che gli umani sono potenziali ospiti di virosi e hanno raggiunto sulla terra i 7 miliardi e 700.000 individui raddoppiando il proprio numero in soli 50 anni. Il fatto è che l'incremento continua, mentre in 40 anni le popolazioni di vertebrati si sono ridotte in media del 60%.

A favorire diverse malattie è proprio l'impatto dell'uomo sull'ambiente. I siti dell'Amazzonia peruviana deforestata, confrontati con foreste ancora integre, presentano una maggior densità di Anophles darlingi, la più efficiente tra le zanzare locali nel trasmettere la malaria. Così pure in Svezia la vicenda della encefalite TBE si spiega con la progressiva riduzione, per intervento umano, dei caprioli su cui si concentravano le zecche vettori della malattia. Ciò ha provocato uno spostamento delle zecche portatrici del patogeno dell'encefalite TBE ad altri ospiti intermedi come le arvicole. Questi roditori sono portatori sani di encefalite, ma essendo il loro numero straordinariamente elevato, hanno facilitato la trasmissione della malattia all'uomo. Nel report si ricorda anche come sia stato dimostrato che il rischio di contrarre la malattia di Lyme, portata dalle zecche, sia più alta in boschi di piccole dimensioni frammentati dal disboscamento. Un altro esempio viene dal Malawi, dove la pesca eccessiva e non sostenibile ha eliminato i pesci predatori delle lumache che ospitano le larve del verme, agente patogeno della Schistosomiasi, malattia che ogni anno provoca 10.000 vittime. Via libera ai vettori di malattie quindi, a causa, come in altri casi, dell'eliminazione dei predatori.

«Il concetto di fondo», sostiene Isabella Pratesi, «dovrebbe essere l'approccio One Health con il quale si deve riconoscere come la salute degli esseri umani è strettamente legata alla salute degli animali e dell'ambiente. La soluzione non può essere individuata soltanto realizzando ospedali sempre più grandi, vaccini sempre più potenti e disinfettanti sempre più letali, ma deve passare anche attraverso la ricostruzione di quello che abbiamo distrutto, rimettendo assieme i pezzi degli unici sistemi in grado di limitare in futuro epidemie e catastrofi: gli ecosistemi naturali in salute».

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